Dopo un quadriennio che ha riscritto le regole del gioco a livello macroeconomico e geopolitico, il 2026 si apre come l'anno della verità per i listini azionari. Superato l'"annus horribilis" 2022, i tentativi di stabilizzazione del 2023-24 e la guerra dei dazi del 2025, lo scenario attuale impone un rigoroso esercizio di analisi delle variabili macro: la resilienza degli indici, per quanto sorprendente nei numeri, poggia infatti su equilibri geopolitici e fiscali estremamente precari. Per l'investitore, la sfida non sarà più la semplice ricerca delle aziende che presentano le prospettive più interessanti, ma la comprensione di varie forze interconnesse tra loro tra cui spiccano: le applicazioni pratiche dell'Intelligenza Artificiale, la frammentazione geopolitica e la crescente difficoltà nel mantenere in equilibrio i conti pubblici in tutte le principali aree del mondo.
L'Intelligenza Artificiale entra nella fase della "Messa a Terra"
Nel 2026 l'AI smetterà di essere soprattutto una narrazione e diventerà un fattore operativo: ciò che conterà non saranno più le promesse, ma la capacità concreta delle imprese di trasformare infrastrutture, dati e modelli in flussi di cassa ripetibili. Questo passaggio spiega perché concentrazione, margini e rischio regolatorio andranno letti come aspetti interconnessi e non come elementi separati. I vantaggi produttivi tenderanno a concentrarsi in poche società che controllano algoritmi proprietari, dataset esclusivi e potenza di calcolo: la loro performance influenzerà in modo sproporzionato gli indici, amplificando la volatilità quando le stime sugli utili saranno riviste. Allo stesso tempo, la capacità di integrare l'AI nei processi core - dalla logistica alla vendita, dalla manutenzione predittiva ai servizi ricorrenti - determinerà la divergenza dei margini: chi monetizza l'AI vedrà margini e conversione in cash flow migliorare, mentre chi resta in fase sperimentale sosterrà costi che comprimono gli utili.
A questa dinamica si sovrapporrà il rischio regolatorio e operativo: norme più stringenti su dati, trasparenza degli algoritmi e requisiti di cybersecurity aumenteranno i costi di compliance e ridurranno i benefici di scala, rendendo più onerosa la transizione per chi non dispone già di risorse e competenze adeguate. Per questo motivo i segnali da monitorare dovranno essere letti insieme e non isolatamente: la persistenza dei margini, la conversione dell'utile operativo in free cash flow, la quota di ricavi ricorrenti legati a servizi AI e il rapporto tra capex per infrastrutture e benefici misurabili saranno indicatori che, presi congiuntamente, diranno se l'AI si sta davvero "mettendo a terra" o resterà una promessa non ancora monetizzata.
Geopolitica: la "Frammentazione Pragmatica"
Il 2026 potrebbe essere caratterizzato da una cosiddetta "frammentazione pragmatica": un ordine internazionale fatto di molteplici attori e coalizioni che si aggregano per interessi concreti - accesso a risorse critiche, standard tecnologici, sovranità energetica - più che per blocchi ideologici rigidi. Questo paradigma produrrà effetti immediati e strutturali sui mercati e sulle imprese.
- rimodellamento delle supply chain. Il passaggio dal near shoring al friend shoring introdurrà costi "occulti": premi per fornitori locali e maggiori oneri logistici che comprimeranno i margini delle multinazionali integrate in catene globali, aumentando i costi unitari di produzione e riducendo le economie di scala.
- tensione sull'asse USA UE. Il grado di coordinamento transatlantico su dazi, controllo tecnologico e standard digitali resterà una variabile cruciale. Una divergenza marcata alzerebbe i costi di compliance e frammenterebbe i mercati tecnologici, penalizzando in particolare la competitività relativa delle imprese europee.
Il vincolo fiscale e gli oneri delle maggiori spese per la difesa
Sovrapposto a tecnologia e geopolitica c'è il tema della sostenibilità fiscale. Dopo anni di deficit per pandemie, crisi energetiche e transizioni, il conto è arrivato sui tavoli dei governi. Con tassi che non torneranno ai livelli zero, il servizio del debito sottrarrà risorse agli investimenti pubblici e ridurrà lo spazio per politiche industriali.
Spazio fiscale ridotto. Maggiori stanziamenti per la difesa, motivati da esigenze di deterrenza, assorbiranno risorse che avrebbero potuto finanziare infrastrutture digitali o incentivi per la transizione AI.
Sensibilità ai tassi e al rischio sovrano. Debiti elevati renderanno i Paesi più vulnerabili a rialzi dei rendimenti sovrani. Un aumento dei tassi reali potrebbe tradursi rapidamente in pressioni fiscali e in revisioni del rischio paese, con impatti sui mercati azionari locali e sui settori più esposti al credito. A tutto ciò si somma un fenomeno recente con cui già stiamo facendo i conti: i Paesi storicamente virtuosi stanno vedendo risalire i tassi. Germania e Giappone, che per decenni hanno beneficiato di rendimenti sovrani tra i più bassi al mondo, stanno registrando un incremento dei tassi che ha due effetti immediati e profondi:
- rialza il pavimento dei tassi globali: quando Bund e JGB si spostano verso l'alto, non è solo un fenomeno locale: quei rendimenti fungono da riferimento per pricing e valutazione a livello internazionale. Un aumento strutturale nei paesi core innalza i costi di finanziamento di tutti gli altri emittenti, comprimendo lo spazio fiscale anche per economie che fino a ieri potevano contare su tassi molto bassi. Questo rende più costoso rifinanziare debito e aumenta la probabilità che eventuali shock di fiducia si traducano rapidamente in tensioni sui mercati sovrani periferici.
- modifica i trade off politici e finanziari: rendimenti più alti nei paesi core riducono l'attrattività del carry trade e spostano i flussi di capitale; aumentano i costi per banche e imprese che si finanziano a tassi variabili e comprimono i margini delle politiche fiscali espansive. In presenza di maggiori spese per la difesa, questo significa che i governi devono scegliere tra aumentare il debito, alzare le tasse o comprimere altre voci di spesa: tutte opzioni che hanno impatti diversi su crescita, domanda interna e fiducia degli investitori.
Conclusioni per l'investitore
In questo scenario di "equilibri precari e duraturi", il mercato nel 2026 premierà la selettività con maggiore intensità rispetto al passato. La dispersione dei rendimenti tra i vincitori tecnologici e le aziende schiacciate dai costi di transizione sarà destinata ad amplificarsi.
Non sarà un anno di calma, ma di adattamento. La resilienza dei listini potrebbe trarre in inganno: dietro la solidità degli indici si nasconde una fragilità strutturale che richiederà un monitoraggio attento delle interazioni tra innovazione, equilibri geopolitici e politiche fiscali. La parola d'ordine per l'investitore e per il risparmiatore nel 2026 sarà "selettività". Non basterà più scommettere sugli indici o su singoli settori; occorrerà saper distinguere tra chi cavalca la rivoluzione tecnologica e chi ne resta schiacciato, tra i paesi che sapranno riformarsi e quelli che resteranno ostaggio del proprio debito. Come abbiamo spesso scritto su queste pagine, il futuro non si prevede, si prepara. E il 2026 ci chiede di essere più preparati che mai.